Storia della mafia in Italia: dalle origini ottocentesche alla “cultura” mafiosa come mentalità civile
Come la mafia diventa fatto storico e culturale: istituzioni fragili, linguaggi dell’onore, omertà e formazione del senso comune sulla legalità
2/24/20263 min read
Quando si prova a raccontare la storia della mafia in Italia, il rischio più comune è trasformarla in un romanzo di rapporti occulti: la politica “che sta sopra”, i burattinai, la mano invisibile che spiega tutto. È una tentazione potente. Eppure proprio la storiografia più seria invita a sottrarsi a quella china, perché l’immagine della mafia come super-potere finisce per “ubriacare” la discussione pubblica e, anche senza volerlo, produrre una forma di apologia (Lupo, 2018).
Per capire le origini, conviene partire da un’idea meno spettacolare e più concreta. La mafia nasce e cresce dove lo Stato fatica a essere credibile, dove le istituzioni non riescono a presentarsi come garanzia quotidiana e dove la vita sociale premia soluzioni alternative: protezione, intermediazione, intimidazione, reputazione. Lupo lo mostra bene quando ricostruisce il dibattito ottocentesco intorno alla mafia: alcune letture vedono “l’infezione” originare dalla società, altre dalla politica; e, sullo sfondo, resta la questione della credibilità di istituzioni “mal acclimatate”, minata da sistemi di potere locali che erodono la fiducia e rendono fragile l’etica statuale (Lupo, 2018).
Qui la mafia non è ancora un marchio mediatico. È un modo di regolare rapporti e conflitti quando il diritto pubblico non riesce a imporsi come lingua comune.
La svolta non è solo repressiva, o solo criminale. È culturale. E la cultura, in questo caso, non va intesa come un velo decorativo, ma come l’insieme di parole, gesti, “filosofie” pratiche che educano una comunità a riconoscere chi conta e perché. Nando dalla Chiesa insiste sul fatto che lo spirito di legalità non nasce dalla consultazione di uno “scaffale di regole”, ma da sentimenti e abitudini che governano il modo di vivere concreto di milioni di persone, giorno per giorno (Dalla Chiesa, 2023). È un punto decisivo per la nostra prospettiva: se la legalità è anche un sentimento, allora la mafia è anche un contro-sentimento, un’educazione rovesciata.
Questa educazione rovesciata passa da parole che cambiano significato. Morreale ricorda come un grande studioso delle tradizioni popolari, Giuseppe Pitrè, nel 1889 rivendicasse un significato positivo di “omertà” e “mafia”, presentando quest’ultima come “esagerato concetto della forza individuale” e addirittura come “coscienza d’essere uomo”; un’etimologia che, oltre a essere fantasiosa, ebbe un effetto pubblico rilevante, offrendo basi argomentative anche nella difesa dell’onorevole Raffaele Palizzolo, imputato per l’assassinio di Emanuele Notarbartolo nel 1893 (Morreale, 2022).
Non è un dettaglio da eruditi: è la prova che la mafia, per farsi “normale”, ha bisogno di un lessico che la nobiliti. Se la parola suona come virtù, il comportamento smette di sembrare abuso.
Nel Novecento questo processo si intensifica e cambia scala. Da un lato, perché l’organizzazione si trasforma e si modernizza; dall’altro, perché la società italiana attraversa fasi in cui le istituzioni educano in modo contraddittorio. Dalla Chiesa parla di “ambivalenza”: le istituzioni possono predicare valori universalistici e, al tempo stesso, insegnare con i comportamenti il quieto vivere, la carriera, lo spirito di omertà; e così si colpisce il capitale immateriale più prezioso, la fiducia dei cittadini, che è anche una motivazione profonda al rispetto delle istituzioni (Dalla Chiesa, 2023).
Qui si intravede il punto politico, nel senso più tradizionale e meno ideologico: la mafia non è “la politica”, ma condiziona il terreno su cui la politica e la cittadinanza respirano, perché altera la percezione del bene comune e della responsabilità pubblica.
E ci sono momenti in cui questa tensione diventa visibile come uno strappo. Lupo richiama, per la fase successiva agli anni Sessanta, il trauma della bomba di Ciaculli e il fatto che, poco dopo, si istituisca la Commissione antimafia: segnali di un meccanismo sfida-risposta con lo Stato, che bisogna tenere presente se si vuole capire l’escalation successiva (Lupo, 2018).
Anche qui la cronaca non basta. Il problema è come una società interpreta lo strappo: se lo assorbe politicamente, se lo rimuove, se lo traduce in cambiamento di mentalità.
Alla fine, la domanda storica più fertile non è “quando nasce la mafia?”, come se bastasse una data. È: quando una comunità inizia a considerare normale l’idea che la forza privata possa sostituire la regola comune. Quando l’onore diventa schermo. Quando la fedeltà al gruppo pesa più del bene pubblico. È in quel punto che la mafia diventa davvero un fatto culturale. E quindi politico, nel senso più sobrio del termine: perché riguarda il modo in cui una collettività si pensa, si governa, si educa alla cittadinanza.
Riferimenti e letture consigliate:
Dalla Chiesa, N. (2010) Contro la mafia. I testi classici. Torino: Einaudi.
Dalla Chiesa, N. (2023) La legalità è un sentimento. Manuale controcorrente di educazione civica. Milano: Bompiani.
Morreale, E. (2020) La Mafia immaginaria. Settant’anni di Cosa Nostra al cinema (1949-2019). Roma: Donzelli.
Lupo, S. (2018) La Mafia. Centosessant’anni di storia. Roma: Donzelli.
