Mafie e cyberspazio: come la criminalità organizzata sfrutta il digitale tra riciclaggio, traffici e nuove vulnerabilità

Dalle “rotte cyber” alle economie invisibili: perché la legalità oggi passa anche da dati, piattaforme e tracciabilità (senza allarmismi)

2/24/20263 min read

person in black long sleeve shirt using macbook pro
person in black long sleeve shirt using macbook pro

Per molti anni abbiamo raccontato le mafie con un lessico quasi sempre territoriale. Strade, piazze, quartieri, porti. Un mondo fatto di controllo fisico, intimidazione, confini “visibili”. Quel mondo non è sparito, ma non basta più per capire. Oggi una parte crescente della capacità operativa delle organizzazioni criminali si muove dove il territorio si fa astratto: nei sistemi informatici, nelle reti, nelle transazioni smaterializzate. È qui che il discorso sulla legalità rischia di diventare improvvisamente vecchio, anche se le intenzioni restano buone.

Iezzi e Razzante usano un’espressione che vale come bussola: le rotte tradizionali, navali o terrestri, diventano “rotte cyber”. Non è un vezzo linguistico. È la descrizione di un passaggio: l’avanzamento tecnologico apre “nuove porte” alla criminalità organizzata nel cyberspazio, toccando attività che vanno dal traffico al riciclaggio (Iezzi e Razzante, 2024). Se prendiamo sul serio questa cornice, capiamo subito che il digitale non è un semplice “mezzo” moderno per fare cose antiche. È un ambiente che cambia tempi, costi, rischi, possibilità.

Nel cyberspazio, per esempio, la distanza conta poco. Un’operazione può essere coordinata senza che chi agisce condivida lingua, area geografica o persino identità certa. E il digitale, in più, non offre solo nuovi strumenti: offre nuove forme di opacità. Qui la legalità smette di coincidere con l’immagine classica della pattuglia o dell’aula di tribunale. Entra nella manutenzione quotidiana delle infrastrutture: sicurezza informatica, controllo dei flussi, protezione dei dati, tracciabilità ragionata delle transazioni. Detto in modo più semplice: se la porta d’ingresso è digitale, la soglia da presidiare è digitale.

C’è un’altra conseguenza meno evidente. Nel racconto pubblico, “mafia” e “tecnologia” vengono spesso accostate in due modi opposti: o come allarme totale (“hanno in mano tutto”), o come sottovalutazione (“sono arretrati”). Entrambe le posture sono pericolose. La prima perché produce rassegnazione, quella che Lupo chiamerebbe la tentazione di immaginare un super-potere che si autoalimenta anche nella narrazione (Lupo, 2018). La seconda perché addormenta, e lascia campo. In mezzo, invece, c’è un terreno più serio: capire come l’innovazione venga incorporata in strategie adattive, senza trasformare la mafia in un’entità onnipotente ma nemmeno in un residuo folklorico.

Se parliamo di “riciclaggio digitale” o di traffici in rete, non stiamo automaticamente parlando di fantascienza. Stiamo parlando di un’economia che può circolare più rapidamente, frammentarsi, mimetizzarsi dentro flussi legittimi. E proprio qui la legalità diventa anche cultura: non basta invocare regole astratte, bisogna creare competenze diffuse. Dalla Chiesa, ragionando di educazione alla legalità, insiste sul fatto che non è una mera trasmissione di norme, ma un percorso che richiede pensiero critico, capacità di conflitto costruttivo, attenzione alle pratiche e alle condizioni sociali in cui i valori si incarnano (Dalla Chiesa, 2023). Se spostiamo questa intuizione sul digitale, il punto è limpido: senza alfabetizzazione tecnologica minima, l’educazione alla legalità resta monca. Si parla di diritto e ci si dimentica dell’ambiente in cui quel diritto deve operare.

C’è poi un aspetto che tocca direttamente il cittadino comune, e qui conviene essere concreti senza drammatizzare. Nel mondo digitale, una piccola vulnerabilità personale può trasformarsi in un varco collettivo. Un account debole, una password ripetuta, un clic impulsivo su un link ingannevole: gesti minuscoli, che possono produrre danni reali. Non perché “dietro” ci sia sempre una mafia. Ma perché l’ecosistema criminale contemporaneo funziona anche per opportunità, aggregazioni, servizi a pagamento, intermediazioni. E le mafie, quando possono, entrano dove conviene. Se le “rotte cyber” esistono, vuol dire che esistono anche infrastrutture cyber da proteggere e pratiche da rendere normali (Iezzi e Razzante, 2024).

Il cuore dell’articolo, allora, non è la paura. È la responsabilità adulta. Legalità significa anche fare i conti con la complessità dei mezzi, con l’asimmetria tra chi attacca e chi difende, con il fatto che il crimine cambia pelle più velocemente delle abitudini educative. Eppure non siamo disarmati. Possiamo scegliere un approccio realistico: rinunciare alle mitologie totalizzanti, formare competenze, pretendere istituzioni capaci di aggiornarsi senza inseguire slogan.

La legalità, oggi, ha anche un volto digitale. Non è un’aggiunta. È una parte del problema e, se la prendiamo sul serio, una parte della soluzione.

Riferimenti e letture consigliate:

Dalla Chiesa, N. (2023) La legalità è un sentimento. Manuale controcorrente di educazione civica. Milano: Bompiani.

Iezzi, P. and Razzante, R. (2024) Algoritmo criminale. Milano: Il Sole 24 Ore.

Lupo, S. (2018) La Mafia. Centosessant’anni di storia. Roma: Donzelli.