Mafia export: come le mafie italiane si espandono nel mondo tra finanza, imprese e reti transnazionali
Dalla “Mano Nera” alle holding criminali: storia, esempi e numeri verificati dell’internazionalizzazione mafiosa
2/24/20263 min read
Quando si dice “mafia export” si pensa, istintivamente, a una fuga. Il boss che scappa, il latitante che si nasconde, l’Italia che non riesce a trattenerlo. È un’immagine comoda, quasi cinematografica. Ma è anche riduttiva. In molte vicende reali l’estero non è il rifugio: è la piattaforma. Una base operativa dove il comando resta saldo e gli affari crescono, protetti da anonimato sociale, regole diverse, mercati ricettivi.
Francesco Forgione racconta, con taglio documentario, l’arresto di Antonio Bosti in Costa Brava: la sera del 10 agosto 2008, in un ristorante di Platja d’Aro, carabinieri e Guardia Civil entrano e lo fermano senza resistenza; Bosti viveva in Spagna da anni, circondato da fedelissimi, continuando a dirigere il clan e a curare affari “a livello internazionale”, dall’acquisto di partite di droga alla gestione di merci contraffatte, presentandosi localmente come “imprenditore di import-export” (Forgione, 2009).
Un dettaglio resta addosso: in tasca aveva 48 banconote da 500 euro, cioè 24.000 euro, portati con naturalezza come fossero chiavi e telefono (Forgione, 2009).
Non è un episodio isolato. Forgione cita anche Vincenzo Scarpa, arrestato a Madrid il 25 maggio 2009, indicato come figura chiave per il riciclaggio: un reticolo di società, attività formalmente lecite, persino un paradosso istituzionale quando tra i clienti ricorre l’Ambasciata italiana di Madrid per banchetti e ricevimenti (Forgione, 2009). Qui l’idea di “estero” cambia di segno: non più periferia, ma luogo in cui si intrecciano finanza, immagine rispettabile, relazioni.
Se spostiamo lo sguardo su una scala più lunga, l’internazionalizzazione non nasce ieri. Salvatore Lupo ricostruisce come, nel grande flusso migratorio, a New York intorno al 1903 compaia la sigla “Black Hand” (“Mano Nera”) in calce a lettere estorsive, diventando un’etichetta pubblica potente, riprodotta in seguito in molte città tra minacce, attentati e rapimenti (Lupo, 2008).
Non è un dettaglio folcloristico: è il modo in cui una società costruisce un immaginario del pericolo, a volte confondendo criminalità, appartenenza etnica, mito della società segreta. Lupo mostra anche il contesto normativo e culturale degli Stati Uniti del dopoguerra: proibizionismo dal 1920 e restrizioni all’immigrazione nel 1921–24, dentro una spinta all’“americanizzazione” che cercava uniformità nei costumi e nel lavoro (Lupo, 2008).
Un punto però va tenuto fermo. Le mafie non “vanno” semplicemente all’estero: imparano a stare su più tavoli. Si portano dietro logiche di territorio e, nello stesso tempo, si adattano a spazi enormi. Forgione, parlando della ’ndrangheta in Australia, ricorda che l’afflusso più massiccio di calabresi proveniva da Platì dopo l’alluvione del 1951; lì le famiglie aprono attività commerciali, costruiscono reti di import-export collegate ai porti e ai trasporti marittimi, e soprattutto creano strutture di coordinamento: nei primi anni Ottanta viene individuata una sorta di “cupola” territoriale; nel 1981 vengono indicati anche i nomi dei componenti, responsabili di sei aree (Carbone, Domenico Alvaro, Pasquale Alvaro, Callipari, Barbaro, Giuseppe Alvaro) (Forgione, 2009).
È un passaggio rivelatore: l’organizzazione non perde la forma, la rialloca.
Questa espansione ha un effetto collaterale che, in Italia, spesso si sottovaluta: rende la mafia meno visibile, quindi più “accettabile” come rumore di fondo. In Prodotto interno mafia si insiste su un nodo concreto: alla globalizzazione delle mafie non corrisponde una globalizzazione delle norme antimafia; in Europa restano legislazioni diverse e, dove il fenomeno non si vede, è difficile persino farlo diventare priorità operativa (Grasso e Gratteri et al., 2012).
Nel frattempo i business si allargano e cambiano pelle: rifiuti, contraffazioni, settori ad alta redditività e rischio relativamente più basso, descritti con la logica esplicita dell’impresa (“la mafia funziona come un’impresa”) (Grasso e Gratteri et al., 2012).
E i numeri, quando sono dichiarati, aiutano a capire l’ordine di grandezza. Il volume riporta una stima attribuita al Fondo Monetario Internazionale: riciclaggio complessivo “ammonterebbe a 118 miliardi di euro” e denaro “pulito”, al netto del riciclaggio, “stimato attorno ai 90 miliardi”; 44 miliardi sarebbero della ’ndrangheta (Grasso e Gratteri et al., 2012).
Nello stesso blocco si ricorda il 2009 come anno di boom dell’usura con 200.000 commercianti colpiti e un giro d’affari di circa 20 miliardi di euro, e si cita un intervento di Mario Draghi a un convegno di Libera (marzo 2011) con l’idea di imprese divenute più aggredibili nella crisi, fino al riferimento a una perdita di Pil attribuibile alla criminalità organizzata “di 20 punti percentuali” nell’arco di trent’anni (Grasso e Gratteri et al., 2012).
“Mafia export”, allora, non è una metafora giornalistica. È una descrizione: reti, capitali, logistica, reputazione costruita, regole sfruttate. E un messaggio per la legalità quotidiana: se immaginiamo la mafia solo come violenza locale, arriveremo sempre tardi. Quando la violenza cala, spesso l’affare è già entrato.
Riferimenti e letture consigliate:
Forgione, F. (2009) Mafia Export. Come ’Ndrangheta, Cosa Nostra e Camorra hanno colonizzato il mondo. Milano: Baldini Castoldi Dalai.
Grasso, P., Gratteri, N., Lo Bello, I., Mogavero, D. and Naim, M. (2011) Prodotto Interno Mafia. Così la criminalità organizzata è diventata sistema Italia. Torino: Einaudi.
Lupo, S. (2008) Quando la mafia trovò l’America. Storia di un intreccio intercontinentale, 1888-2008. Torino: Einaudi.
