Mafia e senso critico: perché l’antimafia culturale comincia dalla libertà di pensiero
Omologazione, icone vincenti e controllo sociale: da La Piovra a Gomorra, come i media possono normalizzare il modello mafioso
2/24/20263 min read
La mafia non chiede soltanto silenzio. Chiede consenso. Non sempre un consenso dichiarato, non sempre un’adesione esplicita. A volte le basta qualcosa di più tenue e più diffuso: l’abitudine a non vedere, l’istinto a giustificare, la tentazione a imitare. In questo senso il rapporto fra mafia e senso critico è diretto, quasi fisico. Dove il pensiero si indebolisce, la mafia respira meglio. Dove il giudizio si fa indipendente, la mafia perde terreno, anche quando non si spara un colpo.
C’è un errore di prospettiva che conviene correggere subito. Si pensa alla mafia come a un “altro” rispetto alla società: un corpo estraneo. È rassicurante, perché sposta fuori da noi il problema. Eppure una parte essenziale del potere mafioso passa dalla capacità di modellare l’ambiente umano. Modellarlo senza proclamazioni, senza teorie. Con segnali. Con ricompense. Con punizioni. Con la costruzione di icone. Qui il controllo sociale non è soltanto intimidazione: è anche pedagogia rovesciata, un’educazione informale che insegna quali comportamenti “pagano” e quali no.
Il primo dispositivo è l’omologazione. L’omologazione non fa rumore. Non impone, suggerisce. Produce un senso comune in cui alcune cose diventano normali: il favore scambiato per diritto, la scorciatoia elevata a furbizia, il rispetto confuso con la paura, la fedeltà al gruppo messa sopra la responsabilità pubblica. In un ambiente del genere il cittadino non si sente “cattivo”. Si sente realistico. E questo è uno dei punti più pericolosi: la mafia vince quando riesce a far passare il proprio modello come la forma adulta della vita, mentre la legalità viene dipinta come ingenuità.
Il secondo dispositivo è la propaganda delle icone vincenti. Qui entrano in gioco anche cinema e televisione. Non perché “la colpa è dei film”, sarebbe una semplificazione sterile. Il problema è un altro: certe narrazioni, ripetute e interiorizzate, offrono una grammatica emotiva pronta all’uso. Il boss diventa figura di potenza, controllo, stile. La vita mafiosa si carica di una estetica che trasforma l’orrore in magnetismo. È un meccanismo che avevamo già visto: l’immaginario non rappresenta soltanto, talvolta crea posture, suggerisce atteggiamenti, fornisce una scenografia mentale. Morreale, ragionando sul “mafia movie”, mette bene a fuoco proprio questo scambio ambiguo fra realtà e rappresentazione, dove il racconto può diventare un serbatoio di modelli (Morreale, 2022).
E allora è chiaro perché una lunga stagione di prodotti popolari, da La Piovra fino a Gomorra, non è neutra sul piano culturale. La Piovra nasceva con intenzione esplicitamente civile, con l’idea di mostrare un sistema opaco e denunciarlo. Gomorra, pur partendo da un impianto di denuncia, ha prodotto anche un effetto collaterale: in alcuni contesti giovanili la serie è stata assorbita come catalogo di stile, lessico, identità. Non bisogna gridare allo scandalo. Bisogna capire il meccanismo. Un’immagine, quando diventa un’icona, smette di essere soltanto un racconto. Diventa un comportamento possibile.
Il terzo dispositivo, infine, è l’anticritica: la costruzione di un clima in cui chi ragiona viene ridicolizzato. La mafia non ama la discussione aperta, perché la discussione introduce alternative. Preferisce la compattezza del “si è sempre fatto così”, del “non immischiarti”, del “non fare domande”. Qui il senso critico non è un lusso intellettuale: è un gesto di libertà. Ed è anche un gesto politico nel senso più classico, non ideologico: riguarda il modo in cui una comunità decide di stare insieme, di riconoscere il bene comune, di accettare o rifiutare l’idea che la forza privata possa sostituire la regola condivisa.
Salvatore Lupo mette in guardia dalla tentazione di trasformare la mafia in un super-potere: quell’immagine “ubriaca” la discussione pubblica e finisce per alimentare, paradossalmente, la sua aura (Lupo, 2018).
Anche questo è un punto di senso critico: saper distinguere la complessità reale dall’incanto del mito. Perché il mito, anche quando sembra negativo, può diventare attrattivo. È la logica del proibito che seduce. È l’idea che “comunque vincono sempre”. È la resa preventiva mascherata da realismo.
Che cosa significa allora “educare al senso critico” contro la mafia? Non significa fare prediche. Significa allenare tre capacità molto concrete. La prima è la decostruzione: saper smontare i modelli, riconoscere quando una narrazione trasforma la violenza in prestigio e la sopraffazione in competenza. La seconda è la distinzione tra legalità e moralismo: la legalità non è un rosario di regole, è una pratica di convivenza, un modo di tenere insieme libertà e responsabilità; e quando le istituzioni predicano valori ma mostrano comportamenti incoerenti, lo “spirito di legalità” si sfibra (Dalla Chiesa, 2023).
La terza è l’immaginazione civica: la capacità di immaginare alternative credibili, perché senza alternative la cultura mafiosa resta, per molti, l’unica grammatica della forza disponibile.
In fondo, la mafia odia il senso critico per un motivo elementare: il senso critico rompe l’incantesimo dell’inevitabile. Rende discutibile ciò che sembrava naturale. Riduce il fascino delle icone vincenti, le rimette al loro posto: non modelli, ma sintomi. E quando una società ricomincia a discutere davvero, la mafia perde la sua risorsa più preziosa: la normalità. (Morreale, 2022; Lupo, 2018; Dalla Chiesa, 2023).
Colajanni, N. (2013) Nel regno della Mafia. Milano: Rizzoli.
Dalla Chiesa, N. (2010) Contro la mafia. I testi classici. Torino: Einaudi.
Dalla Chiesa, N. (2023) La legalità è un sentimento. Manuale controcorrente di educazione civica. Milano: Bompiani.
Morreale, E. (2020) La Mafia immaginaria. Settant’anni di Cosa Nostra al cinema (1949-2019). Roma: Donzelli.
Lupo, S. (2018) La Mafia. Centosessant’anni di storia. Roma: Donzelli.
