Legalità e antimafia oggi: perché la legalità non è solo “rispettare le regole”
Dalla cultura civica alla memoria pubblica: come costruire una legalità concreta, senza retorica né miti dell’invincibilità mafiosa
2/24/20263 min read
C’è un equivoco che torna, puntuale, ogni volta che si parla di legalità. Si pensa a un prontuario di norme, a una sorta di catechismo laico: conoscere gli articoli giusti, ripetere le parole giuste, celebrare le ricorrenze giuste. Poi, finita la cerimonia, la vita ricomincia come prima. È proprio contro questo automatismo che vale la pena aprire la nostra serie: perché la legalità, se resta una parola da palco, non regge al primo urto.
Nando dalla Chiesa lo dice senza concedersi scorciatoie moralistiche: l’educazione alla legalità non coincide con la semplice trasmissione ordinata di regole, ma è un processo “mai uguale”, nutrito di valori, letture, esempi, viaggi, sentimenti; e, proprio per come è fatta la società italiana, richiede anche la capacità di sostenere ed esercitare il conflitto in modo coraggioso e costruttivo (Dalla Chiesa, 2023). Qui c’è già un punto decisivo. La legalità non è solo obbedienza. È un modo di vivere. È un’abitudine interiore che si forma, si perde, si riallaccia. Non nasce per decreto.
E infatti la legalità può essere formalmente rispettata e, nello stesso tempo, svuotata. Quando comportamenti pubblici “formalmente legali” finiscono per “sfregiare lo spirito di legalità”, ciò che si corrode non è soltanto una regola, ma il terreno morale che rende quella regola credibile e condivisa; Dalla Chiesa arriva a richiamare anche l’articolo 54 della Costituzione, con la formula “disciplina e onore”, come traccia di un’idea di carica pubblica affidata non ai tribunali ma a un sentimento collettivo di decoro (Dalla Chiesa, 2023). È un passaggio scomodo, perché sposta il discorso dalla legalità come “codice” alla legalità come “clima”. E un clima, se cambia, cambia tutto.
Questo vale ancora di più quando entriamo nell’antimafia. Qui il rischio è doppio. Da un lato la retorica del supereroe, dall’altro la mitologia del supercomplotto. Salvatore Lupo, con la freddezza dello storico, mette in guardia proprio dal fascino di una discussione pubblica che “si ubriaca” dell’immagine della mafia come “invincibile super-potere”, finendo per produrre, anche senza volerlo, una forma sottile di apologia; e invita la ricerca a non accreditare le “mitologie del Super-complotto” (Lupo, 2018). È un avvertimento prezioso: se trasformiamo la mafia in una divinità nera, onnipotente e onnisciente, finiamo per consegnarle la prima vittoria culturale. E se, al contrario, riduciamo tutto a un’unica trama totale, perdiamo la complessità reale dei rapporti, delle convenienze, delle omissioni, dei conflitti. La storia si fa opaca. La responsabilità evapora.
Eppure la memoria serve, eccome. Lupo mostra come, nel tempo successivo al 1992–93, la società italiana abbia cercato senso e verità anche attraverso luoghi, nomi, rituali, viaggi: dall’aeroporto “Falcone e Borsellino” al monumento di Capaci, fino alla “nave della legalità” che ogni anno porta migliaia di studenti verso Palermo per l’anniversario del 23 maggio (Lupo, 2018). La memoria è un dispositivo collettivo potente. Ma non basta commemorare: bisogna capire che cosa si sta commemorando, e soprattutto che cosa quella memoria chiede al presente.
Qui entra un’altra parola spesso trascurata: metodo. Anche Giovanni Falcone, nel ritratto restituito da Cose di Cosa Nostra, appare come un magistrato concreto, “attento a rispettare le norme”, capace di tenere ferme le forme e, dentro quelle forme, esercitare una pressione conoscitiva che costringe l’interlocutore a riconoscere lo Stato (Falcone, 2023). È un dettaglio che vale più di molte aggettivazioni: l’antimafia, quando funziona, non è teatro dell’indignazione. È disciplina operativa, pazienza, rigore.
E oggi? Oggi la legalità deve misurarsi anche con un mutamento di scenario. Iezzi e Razzante parlano di un passaggio simbolico ma molto concreto: rotte un tempo navali, terrestri, aeree che diventano “rotte cyber”, perché l’avanzamento tecnologico apre “nuove porte” alla criminalità organizzata nel cyberspazio, dal traffico al riciclaggio (Iezzi e Razzante, 2024). Questo non significa inseguire l’allarmismo. Significa, più semplicemente, prendere atto che la legalità non è un oggetto d’epoca. È una pratica che si aggiorna, o si lascia scavalcare.
Per questo la serie di articoli che inauguriamo qui non cercherà scorciatoie. Non userà la mafia come spauracchio, né la legalità come parola di consolazione. Proverà a fare una cosa più difficile: ricostruire, con calma, il nesso tra cultura civica e istituzioni, tra memoria e responsabilità, tra regole scritte e abitudini vissute. La legalità, alla fine, si vede nei gesti minuti. E quando manca, si sente subito.
Riferimenti e letture consigliate:
Dalla Chiesa, N. (2023) La legalità è un sentimento. Manuale controcorrente di educazione civica. Milano: Bompiani.
Falcone, G. (2023) Cose di Cosa Nostra. Milano: Rizzoli.
Iezzi, P. and Razzante, R. (2024) Algoritmo criminale. Milano: Il Sole 24 Ore.
Lupo, S. (2018) La Mafia. Centosessant’anni di storia. Roma: Donzelli.
