Cinema e mafia: come l’immaginario mafioso influenza la percezione della legalità in Italia

Dal Padrino alle fiction: stereotipi, estetizzazione e “super-potere” mafioso. Perché raccontare la mafia può rafforzarla

2/24/20263 min read

man in black zip up jacket wearing white earbuds
man in black zip up jacket wearing white earbuds

C’è una frase, pronunciata in un’aula giudiziaria, che vale più di molte analisi. Michele Greco, al maxiprocesso, si lamenta dei film “di violenza” e di pornografia; poi affonda il colpo: se Totuccio Contorno avesse visto Mosè e non Il padrino, non avrebbe calunniato l’avvocato Chiaracane (Morreale, 2022). È una battuta che potrebbe far sorridere. Non dovrebbe. Dentro c’è l’idea, quasi ingenua e insieme lucidissima, che l’immagine non sia un ornamento, ma un’arma. Un’arma che lavora lenta, e lavora bene.

La mafia, infatti, non vive solo di intimidazione e denaro. Vive anche di scena. Alessio Morreale insiste su questo punto: tra dopoguerra e anni recenti si costruisce un repertorio di figure, luoghi e gesti riconoscibili – le siepi di fichidindia, la lupara, i villaggi immobili, le vedove sensuali vestite di nero, i boss “nobili”, Palermo vista dall’alto, i mercati, le arringhe del giudice che spiega “cos’è la mafia” (Morreale, 2022).

Quel repertorio, ripetuto, diventa un filtro. A forza di rivederlo, lo scambiamo per realtà. E, peggio ancora, finiamo per credere che la mafia debba avere proprio quella faccia lì per essere “vera”.

È un paradosso crudele: mentre si producono racconti “contro” la mafia, la mafia incassa un risultato collaterale, spesso non intenzionale. L’aura. La dignità estetica. La sensazione che si tratti di un destino, di una struttura naturale delle cose, non di un’organizzazione storica e contingente che si combatte, si indebolisce, si smonta. Salvatore Lupo, da storico, mette in guardia proprio da questa deriva: la discussione pubblica, dice, finisce per “ubriacarsi” dell’immagine della mafia come “invincibile super-potere”, e anche quando le intenzioni sono civili l’esito può diventare una “sottile apologia”; per questo invita a non accreditare le mitologie del “Super-complotto” (Lupo, 2018).

Il cinema è uno dei luoghi in cui questa ambivalenza si vede meglio. Morreale propone un’immagine efficace: il rapporto fra Il padrino e Cosa Nostra non si esaurisce nel testo, perché realtà e rappresentazione si intrecciano in un arcipelago fatto di reazioni, negoziazioni, identificazioni, auto-rappresentazioni (Morreale, 2022).

Ricorda, ad esempio, che durante la lavorazione uno dei produttori, Al Ruddy, trattò con l’Italian-American Civil Rights League ottenendo la garanzia che nel film non sarebbe comparsa la parola “Mafia”; e che, secondo quanto rivelato dal New York Times, a negoziare per l’associazione c’era il figlio di Joseph Colombo, mafioso legato alla famiglia Profaci (Morreale, 2022).

Non è folklore: è la prova che le organizzazioni criminali percepiscono la rappresentazione come questione politica.

Poi c’è un passaggio ancora più inquietante, e Morreale lo esplicita: l’influenza de Il padrino sull’auto-rappresentazione mafiosa è stata “duratura”, al punto che si moltiplicano storie di boss che ripetono mosse e atteggiamenti di Marlon Brando (Morreale, 2022).

Qui la linea si spezza. Non siamo più davanti a un pubblico che interpreta un film. Siamo davanti a persone reali che si modellano su un’immagine. Il cinema, insomma, non “rappresenta” soltanto: in certi casi, suggerisce posture, fornisce una grammatica del carisma, offre un manuale emotivo.

E non funziona solo con i grandi titoli. Morreale mostra come anche il cinema di serie B e C possa fissare stereotipi in modo “automatico”: in La legge della mafia (1966) di Mario Bianchi ricompaiono subito l’agguato campestre, l’eroe solitario che si fa giustizia da solo, e soprattutto l’idea di un “terzo livello”, un super-mafioso occulto, presentata come patrimonio dei media popolari; e nel finale il commissario deve ribadire che “la legge dello Stato è più forte di loro” (Morreale, 2022). Anche qui c’è un corto circuito. L’intenzione legalitaria c’è. Ma lo schema narrativo resta seducente: l’eroe contro il sistema, la Sicilia-western, il mito dell’ombra che comanda tutto.

A questo punto la domanda non è “meglio non raccontare la mafia?”. Sarebbe una resa. La domanda è un’altra, più scomoda: come raccontarla senza nutrire la sua aura? Lupo direbbe: rinunciando alle mitologie totali e alla fascinazione del super-potere (Lupo, 2018).

Morreale, dal canto suo, suggerisce che il cuore del problema sta nella mediazione estetica: il “mafia movie” costruisce un mondo immaginario che spesso spiega più la storia dei media e dei loro codici che non la mafia in sé (Morreale, 2022).

Per un progetto di legalità, questo significa una cosa semplice e difficile insieme. Bisogna imparare a guardare. Saper riconoscere quando un’immagine chiarisce e quando invece incanta. La cultura della legalità non nasce solo nei tribunali o nelle leggi; nasce anche nel modo in cui una società si racconta il male. Se lo racconta come destino, lo renderà eterno. Se lo racconta come costruzione storica, gli toglierà la maschera. E, senza maschera, la mafia fa più fatica a respirare.

Riferimenti e letture consigliate:

Lupo, S. (2018) La Mafia. Centosessant’anni di storia. Roma: Donzelli.

Morreale, E. (2020) La Mafia immaginaria. Settant’anni di Cosa Nostra al cinema (1949-2019). Roma: Donzelli.